Lorenzo Bolognini

Sono passati circa sette anni da quando ho letto John Fante per la prima volta; a lui ero arrivato tramite Charles Bukowski (il noto scrittore americano autore di Storie di ordinaria follia) che, in un’intervista del 1981 a Fernanda Pivano, aveva dichiarato che Chiedi alla polvere (quasi unanimamente considerato il capolavoro di Fante) lo aveva influenzato più dei, pur grandi, romanzi di Hemingway. Siamo, quindi, tutti debitori a Bukowski e al suo coraggioso editore (la Black Sparrow Press, che decise dagli anni ’80 di ristamparlo) per la riscoperta di questo che non è gratuito definire un gigante della letteratura americana. Non sono uno studioso o un insegnante di letteratura americana ma se questo autore ha suscitato tanto interesse (il primo ad accorgersi di lui in Italia fu Elio Vittorini) e se, come in effetti accade, una volta letta qualche riga di un suo lavoro se ne rimane contagiati, deve esserci un buon motivo. Sorprende, dunque, che sia rimasto praticamente sconosciuto al grande pubblico e non ebbe, ai suoi tempi, il successo che meritava. Simone Caltabellotta (della Fazi editore: una delle case editrici che pubblica Fante in Italia) sostiene che il mistero dell’insuccesso di John Fante può essere spiegato con il fatto che è venuto troppo in anticipo: le sue righe, permettetemi l’inutile allitterazione, non hanno una ruga. Dimenticate gli scrittori che, come Virgilio con Dante, si sono dati il compito di guidarvi verso la conoscenza; Fante non fa niente del genere: la sua è una letteratura molto autobiografica; parla quasi sempre di sè riuscendo a rendere, con la penna, anche le più sottili sfumature dei sentimenti. Attivo ufficialmente, come scrittore, dal 1932 (quando H. L. Mencken, allora il più potente critico letterario degli Stati Uniti, decise di pubblicargli un racconto nella rivista che dirigeva) Fante è nato nel 1909; figlio di Nick, un muratore italiano immigrato da Torricella Peligna (un paesino abruzzese in provincia di Chieti) e di Maria Antrilli, americana di Chicago nata da genitori calabresi, ebbe un discreto successo anche come sceneggiatore per l’industria del cinema hollywoodiano. Nel 1956 un suo romanzo (Full of life) fu da lui adattato per il grande schermo e partecipò alla corsa all’oscar per la migliore sceneggiatura. Ma il matrimonio fra Fante e Hollwood fu un matrimonio di interesse e, quindi, la sua carriera come scrittore per il cinema non fu certo memorabile. Diversi, oltretutto, furono i progetti cinematografici mai andati a buon fine: fra tutti spiccano quello di un film con Federico Fellini e uno con il grande Orson Welles, regista di Quarto Potere. Fante morì male, nel 1983, dopo quarant’anni passati a combattere il diabete che lo condusse alla cecità e poi, una via l’altra, all’amputazione delle gambe. Poco prima di andarsene dettò alla moglie Joyce il suo ultimo romanzo… si intitola Sogni di Bunker Hill; andate a comprarlo… e spargete la voce!

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